... E la possanza,
qui con giusta misura
anco estimar potrà dell'uman seme,
cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.
(G. Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto)
La neve ce l’aspettavamo.
Da giorni, attivi e ironici sui social, ne parlavamo. Alcuni erano preoccupati,
al solito polemici, altri felici, in attesa di vedere anche quest’anno
Campobasso dipinta di bianco. Tutti però eravamo pronti, perché a una nevicata
si può esser pronti. Ma a un terremoto no.
Così ieri sera la scossa
di magnitudo 4.3 ci ha sorpresi, riaprendo vecchie ferite, facendo riemergere
timori del passato.
Già, la neve ce
l’aspettavamo, il terremoto no, pur sapendo di vivere su una delle faglie più
attive d’Italia, pur sapendo che da giorni era in corso uno sciame sismico. Al
terremoto non pensavamo; giacché sarebbe assurdo camminare con la paura di
sprofondare, vivere con la paura di morire.
Eppure, pochi istanti
ballerini ci hanno ricordato di essere continuamente in bilico, sospesi nel
vuoto, come su un’altalena. Ci hanno mostrato la paura e insieme la bellezza di
essere uomini, con altri uomini. Quegli istanti, ieri sera, ci hanno fatto
pensare ai più vicini, a cui abbiamo ceduto lo spazio più sicuro sotto al
cornicione delle porte. Ci hanno fatto pensare agli anziani del palazzo, a cui
abbiamo offerto un braccio come appoggio per scendere le scale. Alle persone
più care, a cui abbiamo telefonato subito per accertarci che stessero bene.
Alle comunicazioni su facebook, che non mancano mai. Quegli istanti ci hanno
fatto ritrovare in strada, per darci coraggio, ci hanno fatto guardare negli
occhi. Eravamo tutti ugualmente fragili, ugualmente parte dello stesso Uno.

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