Spero vi piaccia!
La donna
in rosa
Era l’alba. La luce
flebile del sole attraversava i finestrini offuscati dalla condensa mista allo
sporco. I motori sbuffavano, il fischietto del capotreno sollecitava i
passeggeri attardati sulla banchina. Era un monito dello scorrere del tempo o
forse, solo un fastidiosissimo rumore.
Ancora intorpidita
dal sonno, che la sveglia aveva interrotto troppo presto, fui incuriosita dalla
voce di un bambino: “Mamma guarda quella. Non ha freddo? E poi, perché ha i
capelli rosa?”
“Zitto Matteo. E non
indicare le persone”, rispose la donna che teneva il figlio in braccio, tirando
in basso il suo piccolo dito sollevato. Troppo tardi. Il mio sguardo,
indirizzato in quel punto, restava fermo.
C’era una donna
ancora in piedi vicino alla porta del vagone. Era strana, certo. Pochi capelli
asimmetrici tinti di rosa ne sfioravano le orecchie puntellate d’argento. Occhi
vitrei e un sorriso inebetito ma stanco ne dipingevano il volto. Su un jeans
strappato indossava uno smanicato imbottito, rosa, da cui sbucavano le braccia
nude, nonostante il freddo. Erano tappezzate di graffi, buchi, croste, macchie,
rosa anche quelle. Si drogava, ce l’aveva scritto addosso.
Il treno partì.
Mille pensieri mi
roteavano in testa; riuscii a malapena a distinguerne uno: “Attenta ai drogati.
Quando ne vedi uno, con discrezione, scappa. Devi aver paura, non sai che può
passargli in testa”, diceva sempre mia nonna. Me l’avrebbe ripetuto anche a
cent’anni, se ci fosse arrivata.
Dove potevo scappare?
Ma perché avrei dovuto farlo? A me quella donna non faceva paura, tutt’al più mi
imbarazzava. Sì, mi imbarazzava perché mi faceva sentire infinitamente potente,
padrona com’ero di me e nello stesso istante irrimediabilmente inutile; in
alcun modo avrei potuto sottrarla a quello stato di libertà condizionata. Andò
a sedersi alle mie spalle, barcollando. Non la vedevo più, respirai.
Avevo in borsa Novecento, una di quelle storie da cui ti
separi solo quando le leggi fino in fondo o forse, mai. Catapultata a bordo del
piroscafo Virginian, mentre il Minuetto proseguiva la sua corsa sui binari, avevo
appena conosciuto Danny Boodmann T.D Lemon Novecento, l’eroe di quella storia,
quando avvertii una presenza troppo vicina.
Mi voltai e accanto a
me c’era lei, la donna in rosa.
Era seduta a terra, tra
le file di sedili, con il sorriso da maschera ancora stampato in volto. Il suo
sguardo sembrava attraversare i corpi di vapore che incontrava per proiettarsi
altrove. Vagava tra teste piegate dall’imbarazzo e gomiti che si colpivano come
fa il batacchio sulle pareti di un campanello allarmato.
Si fermò. E indicò
col mignolo una signora sulla quarantina. Indossava una maglietta bianca con
una Minnie ingigantita dalla sua quinta di seno, accarezzava il pelo scuro di Tommy,
il cucciolo di bassotto che cullava sulle gambe, col collare ben in vista.
“Con il viso
dolcissimo che hai, puoi vendere vestiti per bambini o fare la baby sitter ai
cani. Ho indovinato?” le chiese Vale – riuscivo finalmente a leggere il nome
della donna in rosa sul braccialetto di filo che indossava – con la voce roca.
Strana domanda. Era
stata Minnie a ispirarla, o forse Tommy. O magari il sorriso con cui la
simpatica passeggera aveva risposto al vagabondare di Vale. Già, quel volto
amico le aveva ricordato bambini e animali, i soli a guardarla senza leggere l’etichetta
che portava sulla fronte: tossica.
“No cara, lavoro in ufficio”.
“Le carte mi fanno
schifo. Solo noia e puzza di polvere”, concluse Vale stizzita. E subito i suoi occhi
ripresero lo slalom tra i sedili. Correvano veloci, prima di incappare in un
nuovo ostacolo: me.
“Cazzo, anch’io
voglio una birra”.
“Una birra?”, le
chiesi sorpresa.
“Si, una Peroni bella
fredda. Dov’è andato quel giovanotto col carrettino? Era lì, in fondo al treno”.
“Ti sbagli, nessuno
vende birre quassù”, replicai un po’ timorosa ma sincera.
Sghignazzò, rise a
crepapelle e improvvisamente si fece seria.
“Sono infelice, lo
sai?”
Vale non sembrava più
una maschera. Era un volto, un volto triste che esigeva da me una risposta. E
l’unica risposta che riuscii a darle fu una domanda, la più infantile delle
domande:
“Perché?”, le chiesi.
Mi sentii un’idiota.
Se il tempo avesse avuto la retromarcia, l’avrei inserita subito. Vale non
sentì o fece finta di non sentire; rimase aggrappata al flusso dei suoi
pensieri: “L’eroina è la mamma. Con lei non sento dolore e non ho paura con
lei. Peccato che poi ti ammazza”.
Mi disarmò,
completamente. Non avrei saputo pronunciare neppure la più banale delle domande
questa volta.
“Mi dai la mano?”, mi
chiese. E senza aspettare che rispondessi, me la prese. Poi continuò:
“Se ci fosse stata la
mia mamma, la vera mamma, non ne avrei adottata un’altra. O forse l’avrei fatto
lo stesso, non lo so. Sicuramente però quella merda di mio padre non si sarebbe
bucato in casa e non avrebbe bucato noi, me e il mio gemello Mike intendo.
Avevo tredici anni,
tanti sogni e una bella casa. Ed ero felice. Mi piaceva suonare il pianoforte
e, secondo i miei insegnanti, avevo talento. Sarei diventata famosa se la mamma
non fosse morta, divorata da un tumore. Il giorno in cui se ne andò, con la sua
solita fretta, non ci salutò e neppure ci avvertì che avremmo cambiato vita.
Dopo il funerale venne a prenderci un uomo; disse di essere nostro padre.
Sapevamo poco di lui, solo che ci aveva messi al mondo e poi abbandonati per
scappare con una donnaccia, così diceva la mamma. Non saremmo andati con lui,
se avessimo avuto altra scelta.
Ci portò in una casa
nuova: era sporca, buia e non c’erano i fiori. Mike mi ripeteva sempre che si
sentiva solo nel traffico dei volti che si aggiravano nelle nostre stanze,
tutti i giorni. Mi sentivo sola anch’io. In un pomeriggio d’estate, mentre
giocavo alla corda con mio fratello, quel bastardo di mio padre venne a
chiamarci e ci portò nel salone durante una di quelle riunioni alle quali di
solito non eravamo ammessi. ‘Venite, sbrigatevi, siete grandi abbastanza per
provare’, ci disse.
Il primo a cui
iniettò una dose fu Mike, poi toccò a me, poi a tutti quegli sconosciuti seduti
sul pavimento. La prima volta fu esaltante e terrificante nello stesso momento.
Mio padre mi bucò una
seconda, una terza, una quarta volta. Poi iniziai a farlo da sola, con mio
fratello, con gli altri del giro. Era il piacere più grande della giornata, il
solo per cui valeva la pena di aprire gli occhi. Poi divenne la nostra
normalità; e lo so che l’eroina non è normale, perché ti ammazza. Sono morti
tutti, mio padre, Mike e sono rimasta sola, con la droga ovviamente. Lo so che
morirò con un ago infilato nel braccio”.
Vale si interruppe e
cominciò a guardare la sua mano, ancora intrecciata alla mia, a fissare i buchi
che aveva provato a riempire con l’amore che ammazza. Poi, come svegliata nel
bel mezzo di un sogno, sobbalzò e mi disse: “Scusa, non so perché mi sono messa
a raccontare queste cose. Mi sembrava ti andasse di ascoltare. Torno al mio
posto. Ciao”. Non feci in tempo a risponderle che già aveva raggiunto il
sedile, con la sua camminata ondulata.
Ho conosciuto
l’infelicità quel giorno, di persona, l’ho toccata stringendo quella pelle. E ho
riconosciuto la felicità quel giorno. Mi accompagnava da sempre e io non potevo
vederla. Era lì, ovunque: nel sole, nei fiori, nelle liti con mia madre, nelle
notti insonni sui libri di storia. Nei viaggi, negli amici, nei baci rubati,
nel mio passato e nel mio presente.
Attraverso
l’altoparlante, la solita voce registrata mi informò che dovevo scendere: “Siamo
in arrivo a Isernia”. Feci in tempo a salutare Vale e a dirle un rapido:
“Grazie!”.
La città era sveglia,
pullulava di vita. Mi incamminai per la solita strada, accompagnata dagli
schiamazzi dei passanti, dai borbottii delle auto in coda. Tutto profumava di
solito. Ero io a non essere la stessa. Il solito viaggio, quella mattina, mi
aveva un po’ cambiata.
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