sabato 6 giugno 2015

La donna in rosa

Ho dovuto sospendere per un po' l'attività del blog. La riprendo, condividendo con voi il mio racconto selezionato dalla giuria tecnica come finalista del Premio letterario "Michele Buldrini" 2015.
Spero vi piaccia!


La donna in rosa

Era l’alba. La luce flebile del sole attraversava i finestrini offuscati dalla condensa mista allo sporco. I motori sbuffavano, il fischietto del capotreno sollecitava i passeggeri attardati sulla banchina. Era un monito dello scorrere del tempo o forse, solo un fastidiosissimo rumore.
Ancora intorpidita dal sonno, che la sveglia aveva interrotto troppo presto, fui incuriosita dalla voce di un bambino: “Mamma guarda quella. Non ha freddo? E poi, perché ha i capelli rosa?”
“Zitto Matteo. E non indicare le persone”, rispose la donna che teneva il figlio in braccio, tirando in basso il suo piccolo dito sollevato. Troppo tardi. Il mio sguardo, indirizzato in quel punto, restava fermo.
C’era una donna ancora in piedi vicino alla porta del vagone. Era strana, certo. Pochi capelli asimmetrici tinti di rosa ne sfioravano le orecchie puntellate d’argento. Occhi vitrei e un sorriso inebetito ma stanco ne dipingevano il volto. Su un jeans strappato indossava uno smanicato imbottito, rosa, da cui sbucavano le braccia nude, nonostante il freddo. Erano tappezzate di graffi, buchi, croste, macchie, rosa anche quelle. Si drogava, ce l’aveva scritto addosso.
Il treno partì.
Mille pensieri mi roteavano in testa; riuscii a malapena a distinguerne uno: “Attenta ai drogati. Quando ne vedi uno, con discrezione, scappa. Devi aver paura, non sai che può passargli in testa”, diceva sempre mia nonna. Me l’avrebbe ripetuto anche a cent’anni, se ci fosse arrivata.
Dove potevo scappare? Ma perché avrei dovuto farlo? A me quella donna non faceva paura, tutt’al più mi imbarazzava. Sì, mi imbarazzava perché mi faceva sentire infinitamente potente, padrona com’ero di me e nello stesso istante irrimediabilmente inutile; in alcun modo avrei potuto sottrarla a quello stato di libertà condizionata. Andò a sedersi alle mie spalle, barcollando. Non la vedevo più, respirai.  
Avevo in borsa Novecento, una di quelle storie da cui ti separi solo quando le leggi fino in fondo o forse, mai. Catapultata a bordo del piroscafo Virginian, mentre il Minuetto proseguiva la sua corsa sui binari, avevo appena conosciuto Danny Boodmann T.D Lemon Novecento, l’eroe di quella storia, quando avvertii una presenza troppo vicina.
Mi voltai e accanto a me c’era lei, la donna in rosa.
Era seduta a terra, tra le file di sedili, con il sorriso da maschera ancora stampato in volto. Il suo sguardo sembrava attraversare i corpi di vapore che incontrava per proiettarsi altrove. Vagava tra teste piegate dall’imbarazzo e gomiti che si colpivano come fa il batacchio sulle pareti di un campanello allarmato.
Si fermò. E indicò col mignolo una signora sulla quarantina. Indossava una maglietta bianca con una Minnie ingigantita dalla sua quinta di seno, accarezzava il pelo scuro di Tommy, il cucciolo di bassotto che cullava sulle gambe, col collare ben in vista.
“Con il viso dolcissimo che hai, puoi vendere vestiti per bambini o fare la baby sitter ai cani. Ho indovinato?” le chiese Vale – riuscivo finalmente a leggere il nome della donna in rosa sul braccialetto di filo che indossava – con la voce roca.
Strana domanda. Era stata Minnie a ispirarla, o forse Tommy. O magari il sorriso con cui la simpatica passeggera aveva risposto al vagabondare di Vale. Già, quel volto amico le aveva ricordato bambini e animali, i soli a guardarla senza leggere l’etichetta che portava sulla fronte: tossica.
“No cara, lavoro in ufficio”.
“Le carte mi fanno schifo. Solo noia e puzza di polvere”, concluse Vale stizzita. E subito i suoi occhi ripresero lo slalom tra i sedili. Correvano veloci, prima di incappare in un nuovo ostacolo: me.
“Cazzo, anch’io voglio una birra”.
“Una birra?”, le chiesi sorpresa.
“Si, una Peroni bella fredda. Dov’è andato quel giovanotto col carrettino? Era lì, in fondo al treno”.
“Ti sbagli, nessuno vende birre quassù”, replicai un po’ timorosa ma sincera.
Sghignazzò, rise a crepapelle e improvvisamente si fece seria.
“Sono infelice, lo sai?”
Vale non sembrava più una maschera. Era un volto, un volto triste che esigeva da me una risposta. E l’unica risposta che riuscii a darle fu una domanda, la più infantile delle domande:
“Perché?”, le chiesi.
Mi sentii un’idiota. Se il tempo avesse avuto la retromarcia, l’avrei inserita subito. Vale non sentì o fece finta di non sentire; rimase aggrappata al flusso dei suoi pensieri: “L’eroina è la mamma. Con lei non sento dolore e non ho paura con lei. Peccato che poi ti ammazza”.
Mi disarmò, completamente. Non avrei saputo pronunciare neppure la più banale delle domande questa volta.
“Mi dai la mano?”, mi chiese. E senza aspettare che rispondessi, me la prese. Poi continuò:
“Se ci fosse stata la mia mamma, la vera mamma, non ne avrei adottata un’altra. O forse l’avrei fatto lo stesso, non lo so. Sicuramente però quella merda di mio padre non si sarebbe bucato in casa e non avrebbe bucato noi, me e il mio gemello Mike intendo.
Avevo tredici anni, tanti sogni e una bella casa. Ed ero felice. Mi piaceva suonare il pianoforte e, secondo i miei insegnanti, avevo talento. Sarei diventata famosa se la mamma non fosse morta, divorata da un tumore. Il giorno in cui se ne andò, con la sua solita fretta, non ci salutò e neppure ci avvertì che avremmo cambiato vita. Dopo il funerale venne a prenderci un uomo; disse di essere nostro padre. Sapevamo poco di lui, solo che ci aveva messi al mondo e poi abbandonati per scappare con una donnaccia, così diceva la mamma. Non saremmo andati con lui, se avessimo avuto altra scelta.
Ci portò in una casa nuova: era sporca, buia e non c’erano i fiori. Mike mi ripeteva sempre che si sentiva solo nel traffico dei volti che si aggiravano nelle nostre stanze, tutti i giorni. Mi sentivo sola anch’io. In un pomeriggio d’estate, mentre giocavo alla corda con mio fratello, quel bastardo di mio padre venne a chiamarci e ci portò nel salone durante una di quelle riunioni alle quali di solito non eravamo ammessi. ‘Venite, sbrigatevi, siete grandi abbastanza per provare’, ci disse.
Il primo a cui iniettò una dose fu Mike, poi toccò a me, poi a tutti quegli sconosciuti seduti sul pavimento. La prima volta fu esaltante e terrificante nello stesso momento.
Mio padre mi bucò una seconda, una terza, una quarta volta. Poi iniziai a farlo da sola, con mio fratello, con gli altri del giro. Era il piacere più grande della giornata, il solo per cui valeva la pena di aprire gli occhi. Poi divenne la nostra normalità; e lo so che l’eroina non è normale, perché ti ammazza. Sono morti tutti, mio padre, Mike e sono rimasta sola, con la droga ovviamente. Lo so che morirò con un ago infilato nel braccio”.
Vale si interruppe e cominciò a guardare la sua mano, ancora intrecciata alla mia, a fissare i buchi che aveva provato a riempire con l’amore che ammazza. Poi, come svegliata nel bel mezzo di un sogno, sobbalzò e mi disse: “Scusa, non so perché mi sono messa a raccontare queste cose. Mi sembrava ti andasse di ascoltare. Torno al mio posto. Ciao”. Non feci in tempo a risponderle che già aveva raggiunto il sedile, con la sua camminata ondulata.
Ho conosciuto l’infelicità quel giorno, di persona, l’ho toccata stringendo quella pelle. E ho riconosciuto la felicità quel giorno. Mi accompagnava da sempre e io non potevo vederla. Era lì, ovunque: nel sole, nei fiori, nelle liti con mia madre, nelle notti insonni sui libri di storia. Nei viaggi, negli amici, nei baci rubati, nel mio passato e nel mio presente.
Attraverso l’altoparlante, la solita voce registrata mi informò che dovevo scendere: “Siamo in arrivo a Isernia”. Feci in tempo a salutare Vale e a dirle un rapido: “Grazie!”.

La città era sveglia, pullulava di vita. Mi incamminai per la solita strada, accompagnata dagli schiamazzi dei passanti, dai borbottii delle auto in coda. Tutto profumava di solito. Ero io a non essere la stessa. Il solito viaggio, quella mattina, mi aveva un po’ cambiata.

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