lunedì 15 febbraio 2016

Sanremo 2016


È  calato il sipario sul palco dell’Ariston ma l’eco delle note sanremesi risuonerà ancora per qualche giorno. Già, perché Sanremo è Sanremo! È un evento immancabile che riesce a tenere incollati alla tv milioni di spettatori, a creare un clima di attesa e di fermento, come nessun’altra trasmissione televisiva. Sanremo coinvolge tutti: uomini e donne, grandi e piccini, cinici e sentimentali. Lo fa perché porta sul palco la musica che, ricercata o popolare che sia, è un linguaggio universale e ha in sé la storia collettiva e individuale. Le edizioni del Festival, succedutesi dal 1951 a oggi, raccontano cambiamenti politici, economici, tecnologici, etici, di gusto. Occhi contemporanei guardano stupiti ai look principeschi e al fare imbalsamato dei cantanti ritratti in bianco e nero sul palco dell’Ariston, in immagini d’epoca. Menti moderne a stento riescono a pensare che Rino Gaetano, nel 1978, destò scandalo pronunciando la parola “sesso” nella sua Gianna.
Accanto alla storia di tutti, il Festival testimonia poi a ciascuno la propria. Le canzoni sanremesi tirano fuori dal cilindro del passato individuale ricordi, emozioni, pensieri, facilmente sbiaditi dal tempo.  
È come memoria e come spettacolo popolare che mi piace seguire il Festival di Sanremo e l’ho fatto anche quest’anno. Lasciando le critiche allo snobismo dei tanti detrattori, racconto quello che mi ha colpito in positivo.
Sanremo 2016 è stato per me il Festival di Carlo Conti, presentatore tradizionale ma padrone del palco, capace di coordinare una macchina complessa, bissando il successo dello scorso anno.
È stato il Festival di Virginia Raffaele, conferma più che rivelazione. Artista poliedrica, capace di far sorridere senza sfociare nel volgare, nella politica e nella morale.
È stato il Festival di Ezio Bosso, uno che nella vita ha vinto. Nella semplicità con cui ha combinato le note sul pianoforte, ha saputo creare un’atmosfera surreale e toccante. Ha saputo raccontare la forza vitale nella sua “storia di buio”, la musica: medicina e magia che “si fa insieme”. Non è pietismo, è ammirazione.
È stato il Festival di Amen, canzone interpretata da Francesco Gabbani, vincitrice della categoria Nuove Proposte e del premio “Sergio Bardotti” per il miglior testo. Orecchiabile, dal ritmo incalzante  e dall’ “aspetto ballerino”, dipinge con pennellate verbali la contemporaneità malata, un mondo di inetti che aspettano passivamente il miracolo del cambiamento, liquidando gli accadimenti con un superficiale “Amen”.
È stato il Festival degli Stadio, vincitori sul palco di Sanremo con Un giorno mi dirai. Il brano, che racconta l’amore tra padre e figlia con una delicatezza coinvolgente, ha convinto tutti, ottenendo il premio “Giancarlo Bigazzi” per la miglior musica e il premio Sala Stampa radio-tv “Lucio Dalla”. È stato per Curreri e per la sua band il riconoscimento di una lunghissima carriera, vissuta fra alti e bassi all’ombra di Vasco Rossi e di Lucio Dalla, due giganti della musica italiana. Agli Stadio l’Ariston ha regalato la “sera dei miracoli”.
È stato il Festival dell’amore, cantato e raccontato in tante forme ma anche banalizzato da nastri colorati dal sapore sbiadito.

È stato il Festival di parole e musica. E se è vero che “ci sono cose più serie a cui pensare”, lo è altrettanto che è stato bello, per un po’, potersene dimenticare.

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domenica 17 gennaio 2016

Terremoto dentro

... E la possanza,
qui con giusta misura
anco estimar potrà dell'uman seme,
cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente 
annichilare in tutto.
(G. Leopardi,  La ginestra o il fiore del deserto)


La neve ce l’aspettavamo. Da giorni, attivi e ironici sui social, ne parlavamo. Alcuni erano preoccupati, al solito polemici, altri felici, in attesa di vedere anche quest’anno Campobasso dipinta di bianco. Tutti però eravamo pronti, perché a una nevicata si può esser pronti. Ma a un terremoto no.
Così ieri sera la scossa di magnitudo 4.3 ci ha sorpresi, riaprendo vecchie ferite, facendo riemergere timori del passato.
Già, la neve ce l’aspettavamo, il terremoto no, pur sapendo di vivere su una delle faglie più attive d’Italia, pur sapendo che da giorni era in corso uno sciame sismico. Al terremoto non pensavamo; giacché sarebbe assurdo camminare con la paura di sprofondare, vivere con la paura di morire.
Eppure, pochi istanti ballerini ci hanno ricordato di essere continuamente in bilico, sospesi nel vuoto, come su un’altalena. Ci hanno mostrato la paura e insieme la bellezza di essere uomini, con altri uomini. Quegli istanti, ieri sera, ci hanno fatto pensare ai più vicini, a cui abbiamo ceduto lo spazio più sicuro sotto al cornicione delle porte. Ci hanno fatto pensare agli anziani del palazzo, a cui abbiamo offerto un braccio come appoggio per scendere le scale. Alle persone più care, a cui abbiamo telefonato subito per accertarci che stessero bene. Alle comunicazioni su facebook, che non mancano mai. Quegli istanti ci hanno fatto ritrovare in strada, per darci coraggio, ci hanno fatto guardare negli occhi. Eravamo tutti ugualmente fragili, ugualmente parte dello stesso Uno. 
Dovremmo vivere ogni giorno in quel clima di solidarietà e di affetto. Dovremmo ricordarci più spesso delle persone a cui vogliamo bene, di essere gentili, di essere felici. Dovremmo essere Umani sempre, senza aspettare che la terra tremi e con essa, anche noi.





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venerdì 8 gennaio 2016

Intervista a Nour, giovane italianista egiziano

Noureldeen A.M. Abdallah, per gli amici Nour, ha 25 anni. È nato e cresciuto a Minya, in Egitto, terra di cui ama i profumi, i colori, i valori. Pochi anni fa ha conosciuto l’italiano, se n’è innamorato e ne ha fatto la lingua della sua cultura e della sua scrittura. Grazie alla fortuna, “momento in cui il talento incontra l’occasione”, ha realizzato il sogno di volare in Italia, a Roma, dove sta per laurearsi, in meno di un anno e mezzo, in Letteratura italiana, filologia moderna e linguistica. È un blogger e ha pubblicato nel 2015, per la casa editrice Universitalia, Tracce e Occhio diverso sulla commedia dantesca, riscontrando grande apprezzamento presso un pubblico eclettico di lettori.
Ho avuto la fortuna di incontrare Nour fra i banchi dell’Università. I suoi lineamenti tradivano una provenienza straniera, che la sua padronanza dell’italiano metteva però in discussione. Mi ha incuriosito e gli ho chiesto di raccontarmi la sua storia. A me è sembrata speciale e per questo, voglio condividerla con voi.

Partiamo dall’inizio. Come ti sei avvicinato allo studio dell’italiano?
Tutto è iniziato cinque anni fa, quando mi sono iscritto alla Facoltà di Lingue Alsun di Minya d’Egitto, la mia città. Dovevo scegliere una lingua straniera da studiare e così ho pensato di ascoltare gli alfabeti di tutte quelle disponibili; erano tutte diversissime dal mio arabo. Mi ha incuriosito subito lo spagnolo, soprattutto per la sua bella “s”. Ma l’italiano, con la sua musicalità, mi ha stregato. E così l’ho scelto.

Ti ha appassionato fin da subito?
Sì, è stato travolgente. Dopo 5 mesi di studio dell’italiano, ho scritto la mia prima poesia: Lui. Non avevo mai scritto poesie in arabo e non amavo neanche leggerne. Non so spiegare come sia accaduto; è stato un po’ un miracolo. La lingua è un miracolo.

Lui ha rappresentato una svolta. Hai poi continuato a scrivere?
Sì, quando ho scritto la prima poesia mi è sembrato di trovare il pezzo di puzzle che completava la mia vita. Ho continuato a scrivere e ho deciso di condividere la mia passione con la professoressa Anna, l’insegnante di italiano all’Università, che mi ha incoraggiato moltissimo. È stata lei a spingermi ad iscrivermi all’Istituto di Cultura Italiana del Cairo e a partecipare ai premi letterari che questo bandiva. Ne ho vinti tre.  

Finché, poco più di un anno fa, è arrivata l’occasione per poter venire in Italia.
In realtà sarei voluto partire molto prima. Compilavo ogni anno la  domanda per ottenere una borsa di studio, che mi avrebbe permesso di fare un viaggio in Italia; per cinque volte è stata rigettata. Poi ci ha pensato il destino.

Perché? Cos'è accaduto?
Nel 2013 avevo vinto un concorso letterario, bandito dall’Istituto di Cultura italiana del Cairo, con la commedia Il tepore del freddo. Stranamente la premiazione fu rinviata e si tenne con un anno di ritardo. L’indomani era stato fissato il colloquio per l’assegnazione della borsa di studio. Mi presentai. Il direttore dell’Istituto, che poche ore prima mi aveva consegnato il premio, mi guardò stupefatto e mi disse: “Ci siamo già visti… certo, ci siamo visti ieri. Sei il vincitore del concorso. Tu meriti di partire, tu devi partire”. Fortunato, eh?! Avevo dei soldi per soggiornare in Italia: 700 euro al mese, per nove mesi. Potevo fare i bagagli, potevo finalmente volare verso il mio amato Paese .

Come hai scelto di trascorrere il tempo in Italia?
Ho capito di aver ricevuto una grande opportunità; non volevo spendere i miei nove mesi in Italia da turista. Così ho pensato che, risparmiando ogni mese dei soldi e abbreviando il più possibile la durata del corso di studi, avrei potuto utilizzare il premio dell’Istituto di Cultura per conseguire, all’Università di Tor Vergata, la Laurea Magistrale in Letteratura italiana, filologia moderna e linguistica. Avrei ascoltato docenti italiani, studiato con amici italiani, respirato la cultura italiana. Che spettacolo!

È un sogno che stai continuando a costruire con grande sacrificio: la casa a Frosinone, per pagare un affitto basso, la condivisione delle stanze con altri sei lavoratori, i viaggi giornalieri in pullman, gli esami sostenuti a tempo di record.
I sacrifici non mancano, ed è giusto così. I grandi sogni richiedono grandi sacrifici. E poi l’Italia mi sta ricompensando, offrendomi opportunità meravigliose e inattese. Non avrei mai pensato di poter pubblicare e presentare i miei libri, di vederli apprezzati da piccoli e grandi lettori, da docenti universitari quanto da semplici appassionati di letteratura. Non avrei mai pensato di poter essere considerato un intellettuale.

Hai accennato ai tuoi libri. Come hai avuto modo di pubblicarli?
È stata un’occasione fortunata, come quella che mi ha fatto arrivare qui a Roma. Spesso mi recavo presso la libreria e casa editrice Universitalia, per fare fotocopie e acquistare i libri di testo. Il titolare, incuriosito non so bene da cosa, mi ha chiesto chi fossi e quando gli ho raccontato la mia storia e le mie passioni di scrittore "in erba”, mi ha chiesto di leggere le mie composizioni. Così gliel’ho inviate. Pochi giorni dopo ho ricevuto una sua telefonata; mi diceva di volerle raccogliere in una pubblicazione. Così è nato il mio primo libro di poesie, Tracce e con esso la mia collaborazione con la casa editrice. Pochi mesi dopo è uscito in libreria Occhio diverso sulla commedia dantesca, un saggio in cui ho raccolto nuove ipotesi interpretative, che sono riuscito a formulare grazie alla conoscenza dell’arabo. Una cosa strana ma incredibilmente affascinante!

Studi e ami Dante, cattolico, campione dell’Occidente. Sei musulmano, vivi in Oriente. Sei un esempio di come due culture diverse possano convivere, arricchendo l’uomo. Un dato scontato, che gli eventi recenti sembrano però mettere in discussione.
Non trovo giustificazioni per quello che sta accadendo. Mi chiedo, senza riuscire però a darmi una risposta: quali poteri stanno dirigendo il mondo in questa direzione? A favore di chi? Nel mondo arabo, una parte delle istituzioni favorisce l’ignoranza dei popoli. Gruppi di fedeli non sono in grado di leggere il Corano e anche alcuni imam, che dovrebbero insegnare, non sono istruiti. Per questo la lettura travisata delle Scritture è diffusa, non appartiene solo a quelli etichettati come fanatici. Anche in Occidente però, vedo tanta ignoranza del mondo orientale, tanta strumentalizzazione delle vicende da parte dei mass media: sento persone poco competenti parlare di Islam, leggo spesso traduzioni e interpretazioni false dei versetti coranici, dei precetti della mia religione. Tutto questo mi addolora. Si è perso completamente il senso della religione, si è smarrita la chiave per vivere bene insieme.

Qual è per te questa chiave?
L’amore. L’uomo ama per natura e per natura deve credere che c’è un creatore, Dio, che è amore. È l’amore il centro e il senso di ogni cosa.



Io e Nour nel piazzale universitario (Tor Vergata, Facoltà di Lettere e Filosofia)











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venerdì 11 settembre 2015

L'11 settembre 2001, quattordici anni dopo



11 settembre 2001
Avvolte da fiamme e da colonne di fumo che sembravano raggiungere il cielo, le Twin Towers furono polverizzate in pochi minuti. Con esse, quasi 3000 vite.
Ricordo di aver guardato le edizioni speciali del Tg in piedi, il più possibile vicina allo schermo, come mamma e papà. Ricordo di aver letto le immagini attraverso i loro occhi curiosi, impauriti, increduli. Ricordo che mi sembravano scene da videogioco. Ricordo la 'donna di polvere'. Ricordo il minuto di silenzio fatto a scuola, al quale avrei preferito un minuto di spiegazioni.
Era l'inizio di un nuovo 'squilibrio' geopolitico; la guerra in Afghanistan, quella d'Iraq, gli attentati di Madrid, di Londra, di Sharm el-Sheikh, le rivolte e i conflitti a catena in Medio Oriente, il 'nuovo' terrorismo sono pagine di un guerra globale ancora da combattere.
E mentre si gioca la battaglia fra poteri, ricchezze, ideologie, muoiono ogni giorno migliaia di incolpevoli e inconsapevoli, "giacché è uno de' vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi".









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lunedì 31 agosto 2015

Uomo soldato


Cento anni fa, i nostri compatrioti combattevano la Prima Guerra Mondiale. Furono soldati. Prima però, Uomini. 
Dedico a loro questi versi: 



Sono un cuore che batte
dietro un’arma che spara,
sono un uomo che vive
dietro un filo di spine.

Di mille proiettili odo il rumore,
più lenti mi sembran dei colpi del cuore.

Sono.
Eppur muoio dentro,
guardando un soldato
che giace sul campo.

Nemico lo chiaman,
io lo chiamo fratello.






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