È calato il sipario sul palco dell’Ariston ma
l’eco delle note sanremesi risuonerà ancora per qualche giorno. Già, perché
Sanremo è Sanremo! È un evento immancabile che riesce a tenere incollati alla
tv milioni di spettatori, a creare un clima di attesa e di fermento, come
nessun’altra trasmissione televisiva. Sanremo coinvolge tutti: uomini e donne,
grandi e piccini, cinici e sentimentali. Lo fa perché porta sul palco la musica
che, ricercata o popolare che sia, è un linguaggio universale e ha in sé la storia
collettiva e individuale. Le edizioni del Festival, succedutesi dal 1951
a oggi, raccontano cambiamenti politici, economici, tecnologici, etici, di
gusto. Occhi contemporanei guardano stupiti ai look principeschi e al fare
imbalsamato dei cantanti ritratti in bianco e nero sul palco dell’Ariston, in
immagini d’epoca. Menti moderne a stento riescono a pensare che Rino Gaetano,
nel 1978, destò scandalo pronunciando la parola “sesso” nella sua Gianna.
Accanto
alla storia di tutti, il Festival testimonia poi a ciascuno la propria. Le canzoni
sanremesi tirano fuori dal cilindro del passato individuale ricordi, emozioni,
pensieri, facilmente sbiaditi dal tempo.
È
come memoria e come spettacolo popolare che mi piace seguire il Festival di
Sanremo e l’ho fatto anche quest’anno. Lasciando le critiche allo snobismo dei
tanti detrattori, racconto quello che mi ha colpito in positivo.
Sanremo
2016 è stato per me il Festival di Carlo Conti, presentatore tradizionale ma
padrone del palco, capace di coordinare una macchina complessa, bissando il
successo dello scorso anno.
È
stato il Festival di Virginia Raffaele, conferma più che rivelazione. Artista
poliedrica, capace di far sorridere senza sfociare nel volgare, nella politica
e nella morale.
È stato
il Festival di Ezio Bosso, uno che nella vita ha vinto. Nella semplicità con
cui ha combinato le note sul pianoforte, ha saputo creare un’atmosfera surreale
e toccante. Ha saputo raccontare la forza vitale nella sua “storia di buio”, la
musica: medicina e magia che “si fa insieme”. Non è pietismo, è ammirazione.
È
stato il Festival di Amen, canzone interpretata
da Francesco Gabbani, vincitrice della categoria Nuove Proposte e del premio “Sergio
Bardotti” per il miglior testo. Orecchiabile, dal ritmo incalzante e dall’ “aspetto ballerino”, dipinge con
pennellate verbali la contemporaneità malata, un mondo di inetti che aspettano
passivamente il miracolo del cambiamento, liquidando gli accadimenti con un
superficiale “Amen”.
È
stato il Festival degli Stadio, vincitori sul palco di Sanremo con Un giorno mi dirai. Il brano, che racconta
l’amore tra padre e figlia con una delicatezza coinvolgente, ha convinto tutti,
ottenendo il premio “Giancarlo Bigazzi” per la miglior musica e il premio Sala
Stampa radio-tv “Lucio Dalla”. È stato per Curreri e per la sua band il
riconoscimento di una lunghissima carriera, vissuta fra alti e bassi all’ombra di
Vasco Rossi e di Lucio Dalla, due giganti della musica italiana. Agli Stadio
l’Ariston ha regalato la “sera dei miracoli”.
È stato
il Festival dell’amore, cantato e raccontato in tante forme ma anche
banalizzato da nastri colorati dal sapore sbiadito.
È
stato il Festival di parole e musica. E se è vero che “ci sono cose più serie a
cui pensare”, lo è altrettanto che è stato bello, per un po’, potersene
dimenticare.
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